Stagione 1 · Dentro il Movimento · Approfondimenti scientifici. Fonti scientifiche verificate. Nessuna semplificazione.
Molto più di una sequenza di passi
Quando si chiede a qualcuno di descrivere cosa fa il cervello mentre impara una coreografia, la risposta tipica è: memorizza i movimenti. È una risposta corretta ma straordinariamente incompleta. Memorizzare una coreografia è uno degli atti cognitivi più complessi che il cervello umano esegua, e coinvolge sistemi neurali che la neuroscienza ha impiegato decenni a mappare con precisione.
I tre sistemi della memoria procedurale
La memoria coinvolta nell’apprendimento motorio è chiamata memoria procedurale, ed è fondamentalmente diversa dalla memoria dichiarativa, quella che usiamo per ricordare fatti, nomi e date. La memoria procedurale è implicita: non si ricorda verbalmente, si esegue. Ed è gestita da tre strutture cerebrali che lavorano in modo coordinato.
Il cervelletto è responsabile della precisione e dell’affinamento continuo del gesto motorio. È qui che il movimento viene corretto in tempo reale, confrontando il gesto eseguito con il modello interno e applicando micro-correzioni istantanee. I gangli della base, e in particolare lo striato dorsolaterale, gestiscono l’acquisizione delle sequenze e la progressiva automatizzazione delle abitudini motorie. La corteccia motoria primaria, infine, esegue i comandi finali e si rimodella strutturalmente con la pratica ripetuta.
Secondo la ricerca neuroscientifica, la plasticità neurale striatale è ciò che consente ai circuiti dei gangli della base di comunicare tra le strutture e di funzionare nell’elaborazione della memoria procedurale. Nuove evidenze suggeriscono che la corteccia cerebellare potrebbe persino contenere l’engramma, ovvero il substrato biologico della memoria stessa.
La multisensorialità come amplificatore della memoria
Ciò che rende l’apprendimento coreografico neuralmente così potente è la sua natura multisensoriale. Il cervello deve integrare simultaneamente informazioni propriocettive, ovvero la posizione del corpo nello spazio, informazioni visive attraverso lo specchio e l’osservazione delle compagne, informazioni uditive attraverso la musica e il conteggio, e informazioni emotivo-espressive legate all’interpretazione artistica.
Questa integrazione multisensoriale produce quello che i neuroscienziati chiamano interazione cross-modale: uno stimolo elaborato da una modalità sensoriale viene influenzato e arricchito da stimoli disponibili in altre modalità. La ricerca di Zatorre, attraverso l’analisi delle fMRI, ha dimostrato che l’ascolto musicale, pur essendo processato principalmente nell’area uditiva, coinvolge anche l’area corpo-cinestesica del cervello. Il confine tra sentire la musica e sentirla con il corpo è neurologicamente molto più sottile di quanto si pensi.
Dalla fase cognitiva all’automatismo: un viaggio in tre tappe
L’apprendimento di una sequenza motoria attraversa tre fasi distinte che la neurofisiologia ha descritto con precisione. Nella fase cognitiva, il danzatore conta i tempi, pensa a ogni singolo movimento, fa errori frequenti. Il cervello lavora ad alto costo energetico, attivando la corteccia prefrontale, l’area motoria supplementare e i gangli della base in modo intenso e coordinato.
Nella fase associativa, gli errori diminuiscono, il conteggio diventa meno necessario e il movimento inizia a fluire. Nella fase autonoma, il movimento si esegue senza sforzo consapevole. La musica inizia e il corpo danza, mentre la mente può pensare ad altro. Questo è il momento in cui i gangli della base hanno preso il controllo, la corteccia prefrontale riduce la sua attività e il movimento è diventato autentica memoria del corpo.
Uno studio dell’Università di Zurigo ha dimostrato che i bambini che praticano danza mostrano miglioramenti significativi nella memoria di lavoro, quella che usiamo ogni giorno per seguire una spiegazione, risolvere un problema, tenere in mente più informazioni contemporaneamente. Imparare una coreografia allena lo stesso sistema cognitivo che serve per studiare.
